Le specie aliene invasive marine
e il loro sfruttamento commerciale: un bel dilemma!

Casi di studio

Molte specie aliene invasive (IAS) marine hanno avuto e continuano ad avere un impatto negativo molto forte sulla biodiversità (sia su popolazioni di singole specie sia su interi ecosistemi) e su alcune attività dell’uomo, prime fra tutte la pesca e l’acquacoltura. Tuttavia alcune IAS marine sono diventate nel tempo inaspettate opportunità di mercato per le comunità di pescatori. Ciò solleva però un dilemma: come mantenere il giusto equilibrio tra la necessità di eradicarle come specie aliene invasive, o perlomeno tenere sotto controllo il loro impatto, e l’esigenza di consentire un certo guadagno da queste attività di pesca commerciale? Dal punto di vista strettamente ecologico, i danni reali o potenziali agli ecosistemi sono talmente ingenti che il guadagno economico non può giustificare nuove introduzioni di specie aliene, soprattutto se dichiaratamente invasive, o un minore sforzo di eradicazione o controllo di quelle già presenti. Tuttavia gli interessi economici in gioco fanno sì che alcune specie aliene possano essere allevate nel pieno rispetto delle leggi pur essendo potenzialmente o effettivamente invasive.

L’EUMOFA (European Market Observatory for Fisheries and Aquaculture Products) ha analizzato tre casi di IAS marine ad alta invasività in Europa che sono oggi oggetto di pesca commerciale: Rapana venosa, Crepidula fornicata e Paralithodes camtschaticus.

Rapana venosa, comunemente nota come rapana, è un mollusco gasteropode predatore originario del Mar del Giappone, dove viene ampiamente sfruttato e apprezzato per la qualità delle sue carni. Nel 1947 la specie viene segnalata per la prima volta nel Mar Nero dove fa registrare un’esplosione demografica, entrando in competizione con altre specie autoctone di molluschi (tra cui le redditizie ostriche). Oggi in Turchia, in Bulgaria e più recentemente in Romania la rapana è diventata una risorsa che viene raccolta, trasformata ed esportata prevalentemente verso la Corea del Sud e il Giappone. La produzione di rapana in Europa ammontava a 13.000 tonnellate nel 2017. La pesca è gestita con  sistemi di quote al fine di limitare l’espansione della specie e mantenere le attività commerciali a essa connesse. La rapana è ormai diffusa pericolosamente anche in Italia, ma qui non viene sfruttata a livello commerciale.

Crepidula fornicata, mollusco gasteropode originario della costa atlantica del Nord America, è stato introdotto involontariamente in Inghilterra insieme alle ostriche americane intorno al 1870; la specie si è poi diffusa lungo le coste atlantiche europee dalla Spagna alla Danimarca, fino a raggiungere il Mediterraneo (prima segnalazione in Francia nel 1957 e in Italia, in Sicilia, nel 1982). Questo mollusco compete per lo spazio e per le risorse trofiche con alcune specie commerciali come capesante, mitili e ostriche. In Bretagna (Francia), dove è molto diffusa, Crepidula viene pescata, trasformata ed esportata negli USA e in Asia.

Paralithodes camtschaticus, detto anche granchio gigante o re granchio, è un crostaceo decapode nativo del Mar del Giappone, dello stretto di Bering e del Pacifico settentrionale, dove rappresenta un’importante risorsa per la pesca. Nelle acque dell’Alaska il granchio gigante è un specie ad alto valore commerciale, seconda solo al salmone, ma il suo sovra-sfruttamento ha portato alla chiusura della pesca in alcune zone.

Il granchio gigante fu introdotto in un fiordo del Mare di Barents negli Anni Sessanta da ricercatori russi per lo sviluppo della pesca locale. La specie si è quindi espansa spontaneamente in un’area molto vasta: nel 1992 furono pescati i primi esemplari adulti nelle acque norvegesi e attualmente la maggior parte dei fiordi del nord della Norvegia è colonizzata da questo granchio. Numerose ricerche in Norvegia e in Russia hanno dimostrato che molte specie native che vivono sui fondali hanno subito un fortissimo declino a livello sia demografico sia geografico per effetto diretto (predazione) o indiretto (introduzione di patogeni) del granchio gigante. Inoltre il granchio ha inizialmente causato gravi perdite economiche ai pescatori locali per i danni causati alle reti e alle specie oggetto di pesca, con conseguenti problemi sociali dovuti alle richieste di indennizzo per mancato reddito. Al fine di limitare l’ulteriore espansione di questa specie e al contempo andare incontro alle esigenze dei pescatori, nel 2002 il governo norvegese ha autorizzato la pesca totalmente libera nella zona di potenziale espansione della specie a scopo preventivo e la pesca regolamentata nella zona di presenza stabile.

Si presenta anche in questo caso il dilemma discusso all’inizio: si cerca di contrastare la diffusione di una specie aliena fortemente invasiva salvaguardando allo stesso tempo un’attività commerciale (11.246 tonnellate di granchi giganti pescate nel nord-est Atlantico nel 2017) che ha compensato la scarsità di altre specie oggetto di pesca.

È questa la strada giusta? Probabilmente la risposta varia da un caso all’altro, ma sicuramente vale la regola “prevenire è meglio che curare”: prevenire nuovi arrivi è sempre la strategia migliore per evitare danni ambientali e costi economici enormi.

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